Pezzo unico
Anno: 13 gennaio 2011
Serie: Profezie del Divenire, opera n. 1 — prototipo
Fase: IV Acentrismo
Tecnica: fotografia, elaborazione digitale e installazione
Materiali e formato: cinque elaborazioni digitali stampate su carta fotografica e inserite in sequenza all’interno di un quotidiano; dimensioni variabili.
Concetto: l’immagine di partenza è una fotografia dello schermo televisivo, scattata il 13 gennaio 2011 durante una trasmissione dedicata al caso di cronaca delle Bestie di Satana. Il volto non viene assunto come ritratto individuale, ma come immagine già mediata dal dispositivo televisivo e caricata di pathos collettivo.
La televisione non si limita a trasmettere immagini: racconta — e può inoculare — una visione, una tell-a-vision della realtà, contribuendo a determinare il modo in cui un fatto viene percepito e sedimentato nell’immaginario collettivo.
Nei cinque stadi di Riconversione Acentrica, l’immagine attraversa una sequenza di elaborazioni digitali concepite come passaggi artistici e alchemici. L’intervento non modifica il fatto di cronaca, non attenua le responsabilità individuali e non cancella la necessità della giustizia. Agisce invece sulla forma psichica e mediatica attraverso cui l’evento continua a operare nella coscienza.
L’ultima immagine è un foglio completamente bianco. Nell’economia simbolica dell’opera, corrisponde all’albedo: la fase alchemica al bianco, associata al lavaggio, alla purificazione e all’emergere della chiarezza dopo la decomposizione. Il bianco non cancella l’evento, non annulla le responsabilità e non restituisce un’innocenza immaginaria. Sospende piuttosto la presa dell’immagine precedente, liberando il campo percettivo dalla sua saturazione emotiva e riconducendolo a uno stato di ricettività.
L’albedo non costituisce dunque la conclusione del processo, ma la sua ultima soglia visibile. La riconversione si compie soltanto attraverso l’azione dell’osservatore. Poiché le immagini sono integrate in sequenza nelle pagine di un quotidiano — emblema della notizia e del qui e ora — per attraversare l’opera è necessario voltare materialmente pagina.
L’opera culmina così nel gesto del «voltare pagina, qui e ora»: un passaggio dalla ricezione passiva dell’immagine alla responsabilità del proprio sguardo.
Il perdono simbolicamente evocato da questo gesto non va inteso come assoluzione, rimozione o oblio, bensì come sospensione del vincolo psichico che alimenta l’eggregora: la forma-pensiero collettiva attraverso cui la violenza può continuare a riprodursi nella paura, nell’odio e nell’immaginazione. Un fatto resta un fatto; ciò che può essere trasformato è la qualità di coscienza con cui lo si accoglie, lo si elabora e lo si restituisce al mondo.