Living Fulcrum

Arte oggettiva, presenza e trasmissione percettiva

“La pennellata al momento del contatto trasporta inevitabilmente l'esatto stato d'essere dell'artista in quel
preciso momento nell'arte” – Robert Henry, The Art Spirit

Nel pensiero di Robert Henri, il gesto artistico non è mai neutro: ogni segno trattiene qualcosa dello stato interiore da cui proviene. La pennellata non è soltanto materia depositata sulla superficie, ma traccia viva di una presenza, di una qualità dell’attenzione, di un modo d’essere.

Questa intuizione incontra il concetto di arte oggettiva formulato da G. I. Gurdjieff: un’arte in cui nulla dovrebbe essere casuale o accidentale, né nel processo creativo né nell’impressione prodotta sul fruitore. L’opera non nasce come semplice espressione soggettiva, ma come costruzione consapevole di una risonanza.

In questa prospettiva, Living Fulcrum non si limita a essere un dipinto o un’installazione luminosa. È un’opera-esperimento: un campo percettivo creato per interrogare la possibilità che uno stato interiore, mantenuto dall’artista durante il processo creativo, possa essere percepito dal pubblico.

Per realizzare l’opera sono state necessarie 33 ore di pittura focalizzata, distribuite in quattro giornate, precedute da due anni di allenamento alla concentrazione e alla presenza. Il lavoro non consisteva soltanto nel dipingere, ma nel restare “sul pezzo”: mantenere intenzione, attenzione e qualità emotiva senza disperderle.

La domanda posta dall’esperimento è radicale: può un’opera trasmettere qualcosa dello stato di coscienza in cui è stata creata?

Esperimento sulla percezione oggettiva dell’opera

L’arte contemporanea ha riconosciuto al fruitore un ruolo centrale nell’interpretazione dell’opera. Questa libertà percettiva è una conquista importante, ma apre anche una questione decisiva: dove finisce l’ascolto dell’opera e dove inizia la proiezione soggettiva dell’osservatore?

Living Fulcrum nasce dentro questa soglia. Non intende negare la libertà interpretativa, ma sospenderla temporaneamente per verificare se sia possibile un altro tipo di incontro: non fondato sul gusto, sul giudizio o sull’associazione personale, ma su una percezione più limpida, ricettiva e consapevole.

La questione non riguarda semplicemente il vedere. Riguarda l’interruzione dell’automatismo interpretativo: il preconcetto, il riflesso condizionato, la risposta immediata dell’io davanti all’immagine.

In questo senso, l’esperimento non chiede allo spettatore di “capire” l’opera, ma di osservarsi mentre la incontra. La percezione diventa così una pratica: un seme in divenire, capace di trasformare il rapporto tra artista, opera e pubblico.

Sensibile è la chiara luce. Tra le parvenze fallaci… Come una folgore è il titolo della Performance| Esperimento

Il riferimento a Gurdjieff

Sette appuntamenti con il pubblico si sono svolti dal 14 al 16 febbraio 2020 presso il Centro Culturale Museo Elisarion di Minusio, in Svizzera.

La performance-esperimento Sensibile è la chiara luce. Tra le parvenze fallaci… Come una folgore nasce dall’incontro con il pensiero di George Ivanovich Gurdjieff e, in particolare, con il concetto di arte oggettiva riportato da P. D. Ouspensky in Frammenti di un insegnamento sconosciuto.

Questo riferimento non viene assunto come cornice teorica ornamentale, ma come punto di partenza operativo. Attraverso Gurdjieff, l’artista incontra l’ipotesi di un’arte capace di ridurre l’accidente e di agire sull’osservatore attraverso una trasmissione intenzionale, consapevole e non puramente soggettiva.

Tentare questa possibilità significa confrontarsi con una pratica estremamente esigente: non perdere il filo del concept, non disperdere l’intenzione, non lasciare che automatismi, oscillazioni emotive o distrazioni interrompano il processo creativo. Significa restare presenti con il corpo, con il cuore, con la mente e con lo SPIRITO.

Il seguente passaggio costituisce il nucleo teorico da cui prende avvio l’esperimento:

Gurdjieff — […] Tutto ciò che conoscete, ciò che chiamate arte, è arte soggettiva, che io mi rifiuto di chiamare arte, perché attribuisco questo nome solo all’arte oggettiva. La differenza tra l’arte oggettiva e l’arte soggettiva, consiste nel fatto che nel primo caso l’artista crea realmente, fa ciò che ha l’intenzione di fare, introduce nella sua opera le idee e i sentimenti che vuole. E l’azione della sua opera sulla gente è assolutamente precisa; essi riceveranno, naturalmente ciascuno secondo il proprio livello, le stesse idee e gli stessi sentimenti che l’artista ha voluto loro trasmettere.

Quando si tratta di arte oggettiva, non può esservi nulla di accidentale, né nella creazione dell’opera stessa, né nelle impressioni che essa suscita. Quando invece si tratta di arte soggettiva, tutto è accidentale. L’artista, ripeto, non crea; in lui ‘qualcosa si crea da sé’. Ciò significa che un tale artista è in balia di idee, di pensieri e di umori che egli stesso non comprende e sui quali non ha il minimo controllo.

L’arte non rischia di scomparire diventando tanto precisa? Domandò uno di noi. E non v’è forse appunto una certa imprecisione, un non so che di indeterminato che distingua l’arte, dalla così detta scienza? Se questa impressione scomparisse e se l’artista stesso cessasse di ignorare ciò che vuole ottenere, e conoscesse a priori l’impressione che la sua opera produrrà sul pubblico, allora si tratterebbe di un libro… non più di arte.

Gurdjieff — Non so di che cosa parliate, usiamo misure differenti: io valuto l’arte dalla sua coscienza; voi l’apprezzate quanto più essa è incosciente.

Non ci possiamo comprendere.

Un’opera d’arte oggettiva deve essere un libro come voi la chiamate; la sola differenza è che l’artista non trasmette le sue idee direttamente con parole, segni o geroglifici, ma attraverso determinati sentimenti che egli suscita coscientemente e sistematicamente, sapendo ciò che fa e perché lo fa.

In questo contesto, il riferimento a Gurdjieff non chiude la ricerca in una definizione, ma apre una verifica. Living Fulcrum diventa il luogo in cui una possibilità teorica viene messa alla prova attraverso il corpo dell’artista, la durata del gesto e la percezione del pubblico.

Protocollo dell’esperimento

L’esperimento si è articolato in una sequenza pensata per sospendere l’interpretazione immediata e predisporre il pubblico a una percezione più ricettiva. Dopo un’introduzione sull’errata percezione tramite video e opere site specific dedicate alle illusioni ottiche, i partecipanti hanno ascoltato il passaggio di Gurdjieff sull’arte oggettiva.

Nella sala principale del Museo Elisarion, dopo una prima breve visione di Living Fulcrum acceso, il pubblico è stato guidato da Mya Lurgo nella Respirazione per la visione iperlucida: una tecnica circolare e ritmata, nata dalla scrittura meditativa, eseguita con una mano sul ventre e una sul cuore, alternando occhi aperti e chiusi per interiorizzare l’immagine dell’opera.

Al termine dei sette cicli respiratori, Mya Lurgo ha posto tre volte la domanda:

“Come ti senti nel cuore della vita, nell’eterno pulsare del divenire, nel Living Fulcrum — il fulcro vivente — dove tutto si in-forma? Cosa provi?”

Solo allora i partecipanti hanno compilato il questionario anonimo, indicando l’emozione percepita. Mentre i formulari venivano ritirati, Mya Lurgo ha dichiarato l’emozione maggiormente esperita durante le trentatré ore di pittura focalizzata: la calma. Le risposte anonime sono poi state lette ad alta voce, restituendo in diretta la convergenza percettiva emersa dal gruppo.

Il protocollo non intendeva misurare il gusto del pubblico, ma verificare se, in condizioni di attenzione predisposta, potesse manifestarsi una risonanza condivisa intorno allo stato emotivo inscritto nell’opera.

-myalurgoartist
Living Fulcrum, pittura tecnica mista, LED, ø 300cm, 2020

Dai 77 test raccolti al termine delle sette performance, la calma è emersa come emozione prevalente. Il risultato coincide con lo stato emotivo che Mya Lurgo aveva dichiarato di aver maggiormente esperito durante le trentatré ore di pittura focalizzata: dopo una fase iniziale di vertigine, stupore ed esaltazione vitale, il processo creativo si è ricondotto a un profondo senso di pace interiore e sollievo.

L’esperimento non pretende di dimostrare in modo assoluto l’arte oggettiva, ma apre una verifica concreta: in determinate condizioni di attenzione, preparazione percettiva e presenza guidata, l’opera può diventare veicolo di una risonanza condivisa tra artista e pubblico.

Il limite principale resta il linguaggio. Ogni partecipante ha dovuto tradurre un’esperienza interiore in una parola, scegliendo tra emozioni primarie e secondarie. Ma il sentire può eccedere il vocabolario disponibile: come suggerisce Wittgenstein, i limiti del linguaggio coincidono con i limiti del mondo.

In questa prospettiva, Living Fulcrum non chiude la questione dell’arte oggettiva, ma la rilancia come pratica e come tappa decisiva verso l’ARTE DELLO SPIRITO: un’arte che non rappresenta lo spirituale, ma tenta di operare da uno stato di allineamento tra corpo, cuore, mente e SPIRITO.

Materiali d’archivio / Approfondimento

Cliccare qui per accedere al catalogo digitale.