L’opera d’arte come campo percettivo nell’ARTE DELLO SPIRITO
Quando ci troviamo davanti a un’opera, raramente riceviamo un’immagine “nuda”. Il nostro sguardo è sempre abitato: attraversato da memorie, cultura, giudizi, emozioni e frammenti della nostra biografia. In quel momento, non incontriamo mai soltanto una forma; incontriamo, inevitabilmente, anche noi stessi.
L’immagine che accompagna questo articolo è una mia digital art del 2010, Stesso sguardo, nello stesso tempo, appartenente alla serie Bolle a orologeria. L’opera nasceva già allora da una riflessione sulla percezione soggettiva, sui sincronismi e su quegli attimi di verità in cui, pur restando individui distinti, possiamo intuire una forma di unità più profonda.
Da questa consapevolezza nasce una domanda che guida la mia ricerca: è possibile sospendere l’automatismo della mente che interpreta tutto ciò che vede? Possiamo imparare ad avvicinarci all’opera non solo come a un oggetto da osservare, ma come a un campo da ricevere?
Questa indagine si è sviluppata attraverso due esperimenti che oggi riconosco come un asse fondamentale del mio percorso: il prima e il dopo lo sguardo.
Il prima: l’estetica dell’impercepibile
Nel 2019, presso la Fondazione Lac o Le Mon in Puglia, nell’ambito del ciclo curato da Emilio Fantin, ho esplorato cosa può accadere prima dell’incontro visivo con l’opera.
L’opera non veniva mostrata. Ai partecipanti offrivo soltanto il titolo e il concept; l’immagine restava nascosta.
L’esercizio era un invito all’ascolto profondo: chiudere gli occhi, respirare attraverso il cuore e dilatare il proprio campo interiore, lasciando emergere segni, linee, punti o configurazioni.
L’opera utilizzata come target era One Way, Wu Wei.
Alcuni partecipanti, pur sperimentando la pratica per la prima volta e senza un allenamento specifico, hanno restituito nei loro disegni elementi riconducibili alla struttura dell’opera reale.
Non considero questi risultati prove scientifiche definitive, ma indizi di una ricerca aperta: l’opera d’arte può essere intesa come un campo informato, capace di essere percepito anche oltre la sola vista fisica?

Il dopo: l’esperimento sull’arte oggettiva
Nel 2020, presso il Centro Culturale e museo Elisarion di Minusio, in collaborazione con il Dicastero Cultura del Comune di Minusio, la ricerca si è spostata sul dopo lo sguardo. In questo caso, il pubblico si confrontava con un’opera visibile – Living Fulcrum – ma la domanda cambiava direzione: ciò che vedo appartiene realmente all’opera oppure alla mia proiezione?
In dialogo con la riflessione di Gurdjieff sull’arte oggettiva, l’esperimento interrogava la possibilità che un’opera creata con un’intenzione precisa potesse generare nel fruitore una qualità percettiva specifica e riconoscibile, al di là delle sole preferenze personali.

Oltre l’occhio fisico
In entrambi i casi, l’opera smette di essere un semplice oggetto estetico e diventa un dispositivo di consapevolezza. Non mi interessa spettacolarizzare facoltà straordinarie, ma interrogare la percezione come facoltà educabile.
Esistono organi della conoscenza che non coincidono con l’occhio fisico: l’attenzione vigile, l’ascolto del corpo, l’immaginazione ricettiva, l’intuizione, la sensibilità del cuore.
L’ARTE DELLO SPIRITO si muove in questo territorio. Non propone una nuova iconografia sacra, né uno stile codificato, ma una postura della coscienza: un modo di creare, guardare e ricevere a partire da uno stato di integrazione tra corpo, mente e SPIRITO.
Con questo termine non intendo un dogma o un’appartenenza confessionale, ma il principio vivo di coscienza, respiro e presenza che orienta la relazione tra visibile e invisibile.
Una ricerca aperta
Il prossimo passo sarà portare questi interrogativi nello spazio digitale. La rete non sarà soltanto un mezzo di diffusione, ma un laboratorio diffuso: un campo sperimentale in cui verificare se e come, anche a distanza, sia possibile entrare in relazione con un’opera nascosta, un codice o un’immagine non ancora rivelata.
L’ARTE DELLO SPIRITO non chiede di credere. Chiede di partecipare, esercitare, verificare e trasformare la qualità della presenza.
L’esperimento sull’arte oggettiva mi ha mostrato che un intento chiaro e mantenuto nel tempo durante l’atto creativo può imprimersi nell’opera e raggiungere il pubblico. La bellezza, allora, non sta soltanto nell’occhio di chi guarda: può abitare anche nella forza di un’intenzione resa forma.
Forse l’opera d’arte comincia quando l’artista riesce a mantenere una presenza così chiara da renderla percepibile oltre la soggettività dello sguardo.